Mi sono licenziato perché ho capito come funziona davvero il lavoro
Ecco cosa possiamo fare se il posto fisso non è più una certezza
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Oggi una newsletter diversa dal solito in cui racconto una delle decisioni più importanti della mia vita, quella di lasciare il mio lavoro da dipendente. Nessuna storia motivazionale, ma voglio raccontare le ragioni dietro questa decisione, come vedo evolvere il mondo del lavoro e come possiamo prepararci al cambiamento che arriva.
Prima però qualche aggiornamento.
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Mi sono licenziato perché il lavoro fisso non è più una sicurezza
Buttando nel vento il lavoro di anni
Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandiCosa faremo da grandi?
Lucio Corsi
Ho 45 anni e a fine gennaio mi sono dimesso dal mio posto fisso. Dopo 9 anni come responsabile dello sviluppo dei contenuti digitali di Mediaset ho deciso di dedicarmi a tempo pieno al progetto Scrolling Infinito.
Non è stata una decisione facile: non ho milioni in banca né auto sportive a Dubai, ma ho una certezza: se si lavora con la tecnologia non ci si può limitare a osservare il cambiamento, bisogna provare a starci dentro.
Vengo da una famiglia di impiegati, entrambi hanno fatto lo stesso lavoro per quasi tutta la loro vita. Mio padre era impiegato al Comune del mio paese e mia madre centralinista in una fabbrica in provincia. L’immagine del mondo del lavoro che mi hanno passato è stata quella lineare e tranquilla di chi aveva vissuto il boom economico degli anni ‘60: “studia, vai diritto e vedrai che sarà tutto semplice”.
Mi sono accorto presto che non era affatto così. Sono entrato nel mondo del lavoro piuttosto giovane, alla vigilia della cosiddetta bolla di internet degli anni 2000 e il senso di continuità di cui parlavano i miei genitori non c’era già più da un pezzo.
Nel corso della mia vita sono stato assunto più volte a tempo indeterminato e più volte ho abbandonato quel percorso. Nel 2009 ho lasciato una MTV in crisi d’identità dopo l’arrivo dei social network (e di YouTube) e nel 2015, quando un colosso dell’editoria come Condé Nast veniva eroso nelle fondamenta dall’onda digitale.
Ho capito sulla mia pelle che quello del lavoro fisso è un mito che dobbiamo superare: i team si riorganizzano continuamente e i problemi che le aziende devono risolvere cambiano a un ritmo sempre più rapido. Nell’editoria in particolare, basta guardare alla situazione di un editore come Gedi (Repubblica, Radio Deejay etc) sull’orlo della vendita a un gruppo greco, o negli USA al Washington Post che in questi giorni ha licenziato in blocco 300 giornalisti.
Quando il mondo che avevamo conosciuto crolla intorno a noi la soluzione non è cercare di ricomporlo, ma cambiare la prospettiva con cui lo si osserva. Proviamo a capire insieme come.
In collaborazione con Blossom
🎟️ Un framework per la strategia del tuo brand
Blossom e Scrolling infinito presentano: Gran Casinò Internet: brand strategy per tempi imprevedibili. Un talk e un workshop per imparare a pensare come un giocatore e agire come un brand.
3 ore per decifrare le nuove regole di piattaforme, algoritmi e strategie di distribuzione. Un laboratorio per chi deve decidere, oggi, dove scommettere nei prossimi 5 anni online.
La partecipazione è gratuita su selezione, i posti sono limitati.
Gran Casinò Internet: brand strategy per tempi imprevedibili
🗓️mercoledì 18 marzo
🕒 10:00 - 13:00
📍 Blossom - Accesso pedonale da Via Tortona 9, ingresso A, Milano
🎟️ Gratuito (su selezione)
Con Andrea Girolami (Scrolling Infinito) e Giacomo Frigerio (CEO Blossom)
Di cosa parleremo:
Nessuno sa niente: distinguere il rumore dal segnale nei dati e nei trend
Potenza e fortuna: il ruolo dei feedback loop nella distribuzione digitale
Dal caso alle formule: come aumentare la “luck surface” del tuo brand
Come battere il banco: 5 brand e creator che hanno vinto al gioco dell’algoritmo
WORKSHOP - Fate il vostro gioco: le vostre scommesse estreme per i prossimi 5 anni
Prima del talk: coffee & networking.
FAQ
Sì, l’evento è totalmente gratuito.
Se vuoi coinvolgere un collega o un amico/a basta che anche lui/lei si candidi con il form.
Gli incontri sono pensati per un numero limitato di professionisti del marketing e comunicazione. L’iscrizione è aperta a tutti, ma verrà effettuata una selezione dei partecipanti per garantire la migliore esperienza possibile.
Il successo non è più quello di una volta
Il filosofo e matematico Nassim Nicholas Taleb scrive spesso del Letto di Procuste. Nella mitologia greca questo letto doveva essere perfettamente conforme alle misure del viandante: a un ospite troppo alto Procuste tagliava le gambe con un’ascia, un ospite troppo basso veniva sottoposto a una vigorosa trazione. Per tanti anni la società in cui siamo vissuti ha funzionato come un letto di Procuste, cercando in tutti i modi di omologarci.
Per molti invece la carriera lavorativa ha smesso di essere una scala ed ha iniziato ad assomigliare ad un fiume. È così che la racconta la scrittrice Bridget Thoreson che, per descrivere il nostro percorso professionale, da anni parla di “Career river”: “L’obiettivo finale di una scalata lavorativa è arrivare in cima. Quello di un fiume è arrivare al tuo oceano: un ecosistema ampio, vitale e aperto, alimentato da altri fiumi da esplorare”.
Il lavoro aziendale sta lentamente morendo
Quando spariscono aumenti, promozioni e benefit, cambia anche la definizione di successo, tanto che un post virale scritto dal consulente per il lavoro Alex McCann parlava di “Morte del lavoro aziendale”. Secondo McCann, il lavoro aziendale è diventato un meccanismo di finanziamento per il lavoro vero: “Gli sviluppatori fanno il loro lavoro ufficiale al mattino e costruiscono i propri prodotti al pomeriggio. I marketer gestiscono la loro agenzia dalla scrivania aziendale”.
Una descrizione che mi ha colpito perché dipingeva perfettamente la mia vita degli ultimi mesi da manager di un’azienda editoriale che, intanto, sviluppa il proprio progetto personale.
Se finalmente siamo scesi, per fortuna, dal letto di Procuste in cui ci avevano messo, quali sono le soluzioni allo stato delle cose?
Moltiplica le tue fonti di guadagno
Anna Mackenzie è una scrittrice e advisor, una tuttofare del mondo digitale e una delle maggiori sostenitrici del concetto di “portfolio career”. Nella sua newsletter racconta questo capovolgimento del mondo del lavoro: un tempo l’azienda creava un ruolo con una determinata descrizione e a noi non rimaneva che decidere se inviare il CV o meno. Oggi succede il contrario: siamo noi il prodotto che deve essere venduto: “Devi mappare le tue competenze e impacchettarle con un prezzo. Devi comunicarle in modo chiaro e comprensibile. I potenziali clienti valutano se c’è un fit in base a ciò che proietti e, da lì, decidono se coinvolgerti oppure no”.

Il concetto di “carriera a portafoglio” ci spinge a pensare alle nostre competenze in termini di valore creato, non soltanto in termini di titoli di studio e aggiornamenti professionali, ma anche lavori freelance, volontariato, progetti di comunità, side project, passion project, hobby e così via. L’altra novità della “portfolio career” è quella di normalizzare il fatto di non avere un solo stipendio, ma attivare più fonti di reddito contemporaneamente.
Ad esempio nel caso di Scrolling Infinito mi trovo a gestire nello stesso momento il lavoro da editore di questa newsletter, quello di consulente e quello di formatore, indossando cappelli diversi a seconda delle esigenze.
L’unica scommessa vincente è fare molte scommesse
Elena Verna è una delle massime esperte mondiali di crescita nel marketing digitale, da poco entrata anche nel team di Lovable, l’azienda leader nel mondo del “vibe coding”, la programmazione basata su tool di intelligenza artificiale. Nella sua newsletter Verna parla spesso di opzionabilità, un concetto che porta alle estreme conseguenze la “Portfolio career” di cui abbiamo già parlato. “Costruire un business diversificato attorno alle proprie competenze è, in realtà, il modo più sicuro di lavorare. Devi possedere le tue competenze, la tua reputazione e la tua distribuzione“.
Secondo Elena Verna, il posto fisso sarà sempre più un miraggio a cui dobbiamo smettere di credere: “In questo nuovo mondo, il lavoro dipendente inizia ad assomigliare a un abbonamento: le aziende ti “attivano” quando hanno bisogno delle tue competenze e ti “disdicono” quando non servono più”. Per questo, l’unica soluzione è pensare di sviluppare oggi le competenze che saranno indispensabili domani e avere sempre un piano B a portata di mano, soprattutto quando ci sembra di non averne bisogno.
Operare come un creator
La soluzione a questo rovesciamento del mondo del lavoro è solo una: riuscire ad attrarre le occasioni invece che cercarle. Dobbiamo capire come produrre valore e comunicarlo in modo che le persone giuste lo vengano a sapere. È il momento di superare il concetto di personal brand e iniziare a comportarci come dei creator.
Per molti si tratta di un amaro calice da bere ma, come dice il creatore del podcast Diary of a CEO Steven Bartlett: “L’imbarazzo è il prezzo d’ingresso”. Qualche settimana fa scrivevo di come ogni property editoriale deve pensare come un prodotto commerciale e noi, in quanto professionisti o creator (o aspiranti tali), non facciamo eccezione.
Scrive ancora Elena Verna: “Costruire e coinvolgere un’audience ha molto in comune con l’acquisizione e l’engagement di utenti o clienti. [...] Molti dicono di sapere come si costruisce qualcosa, ma come fai a capire se dicono la verità? Idealmente, vuoi vedere il lavoro. E qualcuno che pubblica il proprio punto di vista online da anni ti offre esattamente questo”.
Non a caso molte delle aziende tech di nuova generazione usano i propri manager e dirigenti come asset di comunicazione, al pari di influencer o micro editori: dalla stessa Lovable fino all’italiana Datapizza o Bending Spoons, il cui CEO Luca Ferrari è stato ospite di tutti i podcast possibili e immaginabili.
Cosa fare quando tutto crolla
Quando ho annunciato nei social che avrei lasciato il mio posto a Mediaset per dedicarmi a Scrolling Infinito ho avuto un’ondata di affetto e supporto che non mi aspettavo.
Spesso si legge online che “gli altri non aspettano altro che vederci fallire”, nel mio piccolo posso dire che non è così, almeno non sempre. Forse il senso di spaesamento che la maggior parte di noi sente è servito a creare un’invisibile rete di supporto per chi prova a mettere a terra le cose che sente essere giuste.
In questa mia nuova veste da operatore solitario, per la prima volta nella mia vita, mi sento finalmente di indossare dei vestiti davvero della mia misura. Non ho mai avuto il sogno dell’imprenditorialità, ma lavorando in un’azienda, a meno che tu non sia il proprietario, sarai sempre una figura sostituibile. Per questo, data la situazione economico-tecnologica, quando si dipende da un solo committente la sensazione di precarietà è, per certi versi, ancora più pressante.
Decidere di avere un lavoro a tempo pieno o costruire un progetto indipendente dipende da fattori diversi: il nostro background, l’età e il momento della carriera a cui siamo arrivati. L’unico vantaggio di invecchiare è quello di poter unire i puntini del proprio percorso, capirsi un po’ meglio e scoprire l’autentico schema che guida la nostra vita.
Voglio chiudere questa newsletter, così diversa dal solito, con le parole di Jasmine Bina, strategist e responsabile del progetto Concept Bureau, che a proposito di vita lavoro e altre cose del genere scrive: “Quando le cose iniziano a crollare, non aggrapparti all’opzione più sicura. Aggrappati a quella più vera. Restare dentro qualcosa che sai già non sta funzionando è solo un altro modo per cercare di comprare tempo. E il tempo non funziona così”.
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Ho fatto anche io questo passaggio 5 anni fa, freelance dopo 20 anni come dipendente in varie aziende, settori, città. Ho imparato molto in questi 20 anni, compreso cosa non si dovrebbe fare.
Ma non significa avere già tutte le skills, soft e hard, per diventare freelance.
Serve molto studio, determinazione e sperimentazione perché saper fare qualcosa non significa saperle vendere. E se non vendi non guadagni.
Tu che hai iniziato da 5 anni il tuo progetto personale, ti sei sicuramente portato avanti nella curva di apprendimento e lo dimostrano i tuoi numeri. Cosa che avevo fatto anche io prima di lasciare il lavoro fisso.
Io nel frattempo ho pure messo su famiglia, diciamo una doppia startup contemporanea, con tutto quello di buono e meno buono che questo comporta.
Ma siamo qua, cercando di capire ogni giorno quale è il nostro portfolio, quali skills, clienti, idee e progetti portare avanti.
E' un lavorone, ma ti fa sentire sempre molto vivo.
Confrontarsi con persone che sono nella stessa situazione aiuta sempre moltissimo, perciò benvenuto nel frizzante mondo dei freelance!
Se passi da Torino...
Sono 10 anni che ragiono così e questo tipo di approccio mi ha permesso di far partire (e di far continuare) la mia piccola azienda di consulenza. Che dire: tutte cose vere e scritte pure bene.
Buona fortuna!