La scomoda verità sulla dipendenza da social
Come il mercato della paura digitale sta cambiando la comunicazione
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Oggi vi parlo di qualcosa di urgente: il panico morale nei confronti della tecnologia e come questo influenza il mondo della comunicazione.
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Il nuovo mercato della paura digitale
L’altro giorno ho aperto Instagram e mi sono trovato davanti la copertina di questo libro: “Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino”. L’uso del termine telefonino per parlare di smartphone dice molto, ma non divaghiamo.
Nessuno pensa che l’abuso di smartphone e social sia salutare, ma c’è una bella differenza tra analizzare un fenomeno e, letteralmente, demonizzarlo parlando di presenza demoniaca nelle tasche dei nostri pantaloni.
Crisi economiche, guerre, pandemie, tracollo climatico e l’impossibilità di comprare una casa a meno di non vendere i propri organi interni: tutto questo non conta niente perché per molti la depressione degli adolescenti è solo colpa degli smartphone e dei social network.
Molti studi mostrano che tra uso della tecnologia e disagio psicologico adolescenziale non esiste un nesso causale, eppure la caccia alle streghe continua.
Si tratta chiaramente di panico morale perché in queste conversazioni i dati smettono di contare e resta solo la pancia: la sensazione che qualcosa “deve essere così”.
Cosa dicono davvero le ricerche sul rapporto tra tecnologia e adolescenti?
Perché è sbagliato dire che i social network provocano dipendenza?
Il panico morale contro la tecnologia nasconde un’agenda ben precisa.
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“Il diavolo in tasca” di Carlo Verdelli è solo l’ultimo di una serie di libri di giornalisti che si scagliano contro la tecnologia e, in particolare, contro l’uso degli smartphone. Prima c’è stato “Metti via quel cellulare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione” di Aldo Cazzullo, poi “Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro” di Riccardo Luna.
Il pattern è evidente: autori adulti che parlano in difesa di una generazione ritenuta incapace di capire il rischio.
I libri di Cazzullo, Luna e Verdelli sono figli di un best seller internazionale che ha fatto molto discutere: “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt, psicologo statunitense tra i primi a suonare il campanello d’allarme spiegando che i nostri figli sono depressi per colpa dei social network.
La risposta della politica non si è fatta attendere e l’Australia è stata la prima nazione a bloccare l’accesso ai social media per i minori di 16 anni, una mossa che ha sdoganato questo tipo di conversazione anche in altri paesi. La Germania si è detta interessata a portare avanti una legislazione simile, in Francia, Emmanuel Macron ha proposto di vietare i social ai minori di 15 anni. Grecia, Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Giappone hanno adottato o perseguito leggi simili di verifica dell’identità online.
In Italia, dal settembre 2025, è vietato l’uso di smartphone in tutte le scuole, comprese le superiori, durante l’orario didattico e la ricreazione, estendendo il divieto già in vigore per elementari e medie. Secondo un sondaggio Nielsen il 70% degli italiani è d’accordo col provvedimento, segno che c’è grande apprensione sul tema sia da parte dei genitori che degli insegnanti.
È bizzarro che a guidare questa crociata anti tecnologica siano proprio giornalisti che dovrebbero schierarsi a favore della libertà d’espressione su più canali possibili. È ancora più strano che, invece di chiedere alle piattaforme di essere allineate agli interessi degli utenti o di avere più controllo sui nostri dati, si scelga la scorciatoia: vietiamo i cellulari ai ragazzi e il problema sarà risolto.
I censori più arrabbiati paragonano i social al tabacco, ma mentre la dipendenza biologica dalle sigarette è scientificamente provata, per smartphone e social non esiste oggi una diagnosi ufficiale di social media addiction nei principali sistemi diagnostici.
Come scrive il giornalista Mike Masnick in TechDirt: “C’è una differenza significativa tra “questo prodotto è progettato per creare abitudini“ e “questo prodotto crea una dipendenza chimica come l’eroina“. Masnick fa riferimento ad uno studio pubblicato nella rivista Nature secondo cui: “Solo il 4% circa degli utenti ha riferito di aver manifestato spesso o molto spesso qualcosa di simile ai sintomi dell’astinenza (irrequietezza o difficoltà se impossibilitati all’uso). Il “sintomo” più comune era semplicemente pensare molto a Instagram, il che probabilmente descrive chi usa spesso qualunque servizio digitale”.
Cosa dicono davvero i dati
Lo studio più recente e autorevole è dell’Università di Manchester: i ricercatori hanno seguito 25.000 ragazzi tra gli 11 e i 14 anni per tre anni scolastici, osservando il loro uso dei social, la frequenza del gaming e eventuali difficoltà emotive, per capire se la tecnologia fosse davvero collegata a successivi problemi di salute mentale.
Lo studio non ha mostrato alcuna evidenza, né per i ragazzi né per le ragazze, che un uso più intenso dei social media o una maggiore frequenza nel gaming aumentino i sintomi di ansia o depressione negli adolescenti.
“Sappiamo che le famiglie sono preoccupate, ma i nostri risultati non supportano l’idea che il semplice fatto di passare tempo sui social media o a giocare porti a problemi di salute mentale: la realtà è molto più complessa”, ha dichiarato l’autrice principale dello studio, il dottor Qiqi Cheng.
I ricercatori hanno sottolineato che i risultati non significano che le esperienze online siano innocue: messaggi offensivi, pressioni online e contenuti estremi possono avere effetti negativi sul benessere, ma concentrarsi solo sul tempo trascorso davanti allo schermo significa semplificare un problema molto più complesso. “I nostri risultati indicano che le scelte dei giovani riguardo ai social media e al gaming possono essere influenzate da come si sentono, ma non necessariamente il contrario”, ha affermato il professor Neil Humphrey, coautore dello studio. “Piuttosto che dare la colpa alla tecnologia in sé, dobbiamo prestare attenzione a ciò che i giovani fanno online, con chi entrano in contatto e a quanto si sentono supportati nella loro vita quotidiana”.
Lo studio di Cheng e Humphrey è solo l’ultimo di molti lavori che arrivano alla stessa conclusione: “non c’è nessuna prova che l’uso della tecnologia da parte degli adolescenti porti a un aumento dei problemi di salute mentale”, non lo dico io ma è il titolo di una ricerca dell’Università di Oxford.
“Sento che è così” non è una giustificazione
Le evidenze scientifiche di una mancata correlazione tra i dispositivi tecnologici e il disagio psicologico sono talmente schiaccianti che lo stesso Jonathan Haidt ha cambiato versione e, ammettendo la mancanza di prove, ha iniziato a concentrarsi sui danni collaterali.
Nel sue blog scrive: “Il fatto che gli utenti più intensivi dei social media siano più depressi di quelli che li usano poco non dimostra che siano stati i social media a causare la depressione“. Ma siccome la scienza non basta quando si porta avanti una crociata, subito dopo aggiunge: “Esiste ormai molto più lavoro di ricerca che documenta un’ampia gamma di danni diretti causati dai social media, che vanno oltre la salute mentale (ad esempio cyberbullismo, sextortion ed esposizione a contenuti amplificati dagli algoritmi che promuovono suicidio, disturbi alimentari e autolesionismo). Questi danni diretti non sono semplici correlazioni: sono esperienze negative riportate ogni anno da milioni di giovani”.
Revenge porn, cyberbullismo e hate speech sono fenomeni che esistono e che toccano chiunque si muove online. Ma, di nuovo, estromettere un’intera generazione dall’uso della tecnologia non è la soluzione al problema.
Secondo la ricerca di Qiqi Cheng e Neil Humphrey, i provvedimenti presi dal governo australiano, che altri paesi immaginano di seguire, si riveleranno inutili o persino dannosi. “I nostri risultati suggeriscono che limitare le ore trascorse su dispositivi e app, o adottare misure come il divieto dei social media per gli under 16, difficilmente avrà effetti sulla salute mentale degli adolescenti nel lungo periodo. I decisori politici dovrebbero prenderne atto. Peggio ancora, divieti generalizzati di questo tipo possono oscurare i veri fattori di rischio, offrendo una soluzione semplice a un problema complesso”.
In un lungo post il giornalista tecnologico Casey Newton evidenzia i possibili limiti di ricerche di questo tipo ma poi precisa: “Ho già detto in passato, e continuo a crederlo, che i divieti in stile australiano hanno costi reali: per le minoranze che avrebbero potuto trovare connessioni online, per i giovani creator che avrebbero potuto costruire lì un’attività, e per tutti gli adolescenti che riescono a usare queste piattaforme più o meno senza conseguenze negative e che avrebbero potuto divertirsi a esprimersi”.
Cosa c’è dietro il panico morale
Il divieto di utilizzo dei social media da parte dei minori, presentato come una forma di protezione nei confronti dei ragazzi e dei genitori, è in verità un pericoloso passo verso un controllo autoritario dell’informazione online.
Per identificare chi è un minore e chi no, le piattaforme tecnologiche dovranno implementare un sistema di riconoscimento facciale in grado di tracciare i nostri dati biometrici e la nostra presenza online. Come ricorda la giornalista Taylor Lorenz, tra le più attente analiste del fenomeno, “Il problema centrale della ‘verifica dell’età’ tramite tecnologia è che, di fatto, non esiste”.
Gli esseri umani non invecchiano in modo lineare, non c’è nessuna trasformazione la notte del nostro sedicesimo o diciottesimo compleanno che permetta a un’AI di individuare con precisione l’età, soprattutto durante la pubertà. Di conseguenza, i sistemi di verifica dell’età che si basano sulla raccolta di dati biometrici devono anche richiedere documenti d’identità ufficiali o altre informazioni personali altamente sensibili per collegare il profilo online di un utente alla sua identità offline e confermare l’età.
Non è fantascienza: mi è successo proprio l’altro giorno quando ho dovuto inserire la mia carta d’identità anche per loggarmi su Vimeo, piattaforma video che non ha nulla a che vedere con la pornografia, un’esperienza decisamente distopica.
Scrive ancora Taylor Lorenz: “Alcuni sostengono che queste leggi limiterebbero il potere delle big tech, ma in realtà solo le aziende tecnologiche più grandi hanno le risorse per sostenere gli enormi costi dei sistemi di verifica dell’età. Le piattaforme indipendenti e no profit potrebbero essere costrette a chiudere, consolidando ulteriormente il potere delle grandi aziende tecnologiche”.
Ma c’è di peggio: i sistemi di sorveglianza di massa, una volta costruiti, possono essere sfruttati da governi e attori malintenzionati. Leggiamo quotidianamente notizie di attacchi a database di questo tipo: lo scorso ottobre la piattaforma Discord è stata bucata rivelando i dati personali di 70.000 dei suoi utenti, compresi i documenti d’identità.
Dalla censura all’educazione
Chi alimenta il panico morale sulla tecnologia, con libri, articoli e discorsi, contribuisce a rendere possibile un futuro in cui internet smette di essere uno spazio di espressione libera e diventa un territorio di controllo e sorveglianza. Quando la tecnologia viene presentata come una minaccia sociale, diventa politicamente più facile giustificare strumenti di controllo sempre più invasivi in nome della sicurezza.

Come già successo con l’isteria nei confronti di fumetti, videogiochi, televisione e computer, sappiamo che i divieti e le censure non servono a nulla se non ad alimentare una cultura di sospetto che danneggia il rapporto tra genitori e figli.
La scienza ci ricorda che il male da cui tenersi alla larga non è la tecnologia, ma la mancanza di dialogo tra generazioni. I ragazzi non devono essere estromessi dalla conversazione globale, ma anzi vanno coinvolti ancora di più. Gli smartphone non dovrebbero essere vietati nelle scuole che dovrebbero invece insegnare ad utilizzarli nel modo giusto. Alla stessa maniera i genitori andrebbero sensibilizzati sulle tematiche tecnologiche per aiutarli a distinguere tra paure irrazionali e tematiche effettivamente critiche.
Mentre il mondo progetta dispositivi indossabili, intelligenza artificiale e occhiali a realtà aumentata qui trattiamo ancora gli smartphone come prodotti del demonio combattendo una guerra di retrovia surreale e ridicola.
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Un articolo che può dare una scossa al modo di pensare diffuso oggi in rete, dove sempre più genitori sono vittime più o meno inconsapevoli di questi solidi monoblocchi di pensiero sparsi in giro per il mondo da chi di media e comunicazione digitale ne sa ben poco.
Molto interessante, fa riflettere!!