AI e lavoro: cosa fare oggi per non sparire domani
L’intelligenza artificiale non ci ruberà il lavoro. Ma quello che verrà dopo sì
Ogni settimana sembra arrivare una nuova prova che l’AI stia per svuotare gli uffici. Il problema è che quasi sempre guardiamo il bersaglio sbagliato. Ci concentriamo sui singoli compiti che le macchine possono automatizzare, invece che sul cambio di paradigma che rende irrilevante il lavoro così come lo abbiamo organizzato finora.
Anthropic, l’azienda che ha creato il chatbot Claude, si è rifiutata di rilasciare il suo prossimo modello “Mythos” perché sarebbe in grado di bucare i maggiori software in circolazione. Qualche mese fa è diventato virale un articolo dell’imprenditore Matt Shumer intitolato “Sta per succedere qualcosa di grosso” in cui immaginava un futuro lavorativo cataclismatico, suscitando una comprensibile agitazione.
Ogni volta che si discute di AI e lavoro, dal caso di Mythos alle previsioni di Shumer, non si capisce se siamo davanti a una sofisticata campagna di marketing o a un cambiamento inaudito.
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ChatGPT 4 ha appena compiuto tre anni e, a parte sporadici casi negli Stati Uniti, non si sono visti licenziamenti di massa o panico nelle strade, neppure nell’ambito del customer care che, secondo molti, sarebbe stato il primo settore a essere annichilito.
Da una parte c’è chi pensa che più la tecnologia progredisce, diventando economica, e più i posti di lavoro sono destinati ad aumentare. Excel non ha fatto diminuire i contabili, anzi. Dall’altra c’è chi pensa che questo progresso tecnologico sia diverso da tutti gli altri che lo hanno preceduto e, per questo, sarà ben più distruttivo. Proviamo a fare chiarezza.
I bancomat non hanno fatto fallire le banche
Alcuni di voi avranno sentito parlare del paradosso di Jevons secondo cui quando una tecnologia rende una risorsa più efficiente, più economica o più facile da usare, quella risorsa viene usata di più, non di meno.
Lo abbiamo accennato: tecnologie come i personal computer o software come Excel non hanno diminuito il numero di contabili nelle aziende: lo hanno aumentato. L’analisi e il calcolo sono diventati più economici e alla portata di molte più aziende, che hanno quindi potuto assumere i propri analisti.
È successo anche con i bancomat: come racconta il ricercatore David Oks, quando le banche li hanno installati i cassieri non sono certo scomparsi. Col tempo si è capito che alcuni dei compiti svolti dagli umani potevano essere fatti dalle macchine in maniera più efficiente e rapida (prelievi, assegni e parte dei servizi finanziari) ma che l’aspetto relazionale con i clienti restava ai cassieri che proprio per questo diventavano essenziali per il funzionamento del sistema. I bancomat, insomma, non erano una tecnologia sostitutiva, ma complementare rispetto al lavoro fatto dagli umani.
La notizia della fine del lavoro sembrerebbe dunque fortemente esagerata. L’idea che l’AI spazzerà via intere categorie di lavoratori si fonda in buona parte sul preconcetto che molte di queste professioni non siano altro che una serie di task basilari e facili da replicare. Non a caso a fare previsioni di questo tipo sono ingegneri tecnologici che non hanno nessuna esperienza diretta dei settori che vorrebbero smantellare.
Automatizzare un lavoro è più difficile di quanto sembri, non solo per la molteplicità di attività che ciascuno di noi compie ogni giorno, ma anche perché spesso gli umani fanno da collo di bottiglia per i processi più complessi. A volte si tratta di attriti formali, come obblighi contrattuali, questioni di responsabilità legale, o problemi di integrazione con vecchi sistemi aziendali. Altre volte sono attriti emotivi, come nel caso delle necessità relazionali dei clienti delle banche di cui sopra, o quando abbiamo bisogno di arrabbiarci con l’impiegato delle poste.
Messa così sembrerebbe che l’AI non sia nulla di cui preoccuparsi. Cosa succede però quando la tecnologia non si limita ad automatizzare il lavoro ma riesce a cambiarne i presupposti? Che fine hanno fatto tutti i cassieri di banca impiegati fino a qualche decennio fa?
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Cosa succede con un cambio di paradigma
Nel 2010, negli Stati Uniti, i cassieri bancari full-time erano 332.000. Nel 2016 erano già scesi a 235.000. Nel 2022 ne restavano appena 164.000. È solo con la nascita di nuovi paradigmi che la potenza di una tecnologia emerge davvero: i bancomat hanno sostituito alcune delle attività dei cassieri, ma l’iPhone li ha resi irrilevanti.
Scrive Oks: La visione del mobile banking era semplice: i clienti bancari del futuro avrebbero gestito tutte le loro operazioni attraverso l’app della propria banca”. Mentre i bancomat cercavano semplicemente di fare il lavoro dell’uomo più in fretta e a costi più bassi, gli smartphone invece hanno cambiato completamente le regole del gioco e in questo nuovo mondo non c’è quasi più posto per le banche fisiche.
Sono due gli insegnamenti di questa storia che aiutano a capire il nostro prossimo futuro. Primo: a spiazzare i lavoratori non è tanto l’automazione dei singoli compiti quanto il mutamento di un processo, compresa l’eliminazione di tutti i colli di bottiglia umani. Secondo: per limitare i danni e metterci in una posizione di sicurezza dobbiamo capire quali aspetti del nostro lavoro non sono sostituibili da una tecnologia complementare, quali attriti e vantaggi ci rendono ancora indispensabili.
Due tendenze per il futuro del lavoro
Tra i prossimi possibili cambi di paradigma legati all’intelligenza artificiale, due sembrano particolarmente vicini. Il primo riguarda i dispositivi con cui accediamo ai servizi: come insegna il caso delle banche, cambiare interfaccia significa cambiare anche organizzazione.
Oggi le più grandi aziende tecnologiche stanno cercando un’alternativa agli smartphone proprio per mettere la bandiera su un territorio ancora vergine. Meta ci prova con gli occhiali smart (che probabilmente monteranno presto un sistema operativo basato sull’AI). OpenAI ha reclutato Jony Ive per progettare un nuovo dispositivo basato forse su comandi vocali. Se uno di questi gadget prendesse davvero piede, il lavoro cambierebbe in fretta: alcuni ruoli verrebbero ridisegnati, altri sostituiti.
La seconda rivoluzione è quella agentica: i chatbot sono ormai in grado di prendere il controllo dei nostri strumenti di lavoro digitali e operare al posto nostro. Come scrive l’analista Ben Thompson, l’impatto dell’AI non starà tanto nell’eliminare posti di lavoro, quanto nel sostituire ingranaggi umani più difficili da gestire e motivare con agenti che fanno ciò che gli viene chiesto in modo instancabile e continuo. Questo soprattutto nelle fasce più operative e junior dell’organizzazione.
Il lavoro non è un impiego
Lo studioso e consulente Rishad Tobaccowala riporta che negli Stati Uniti più di 70 milioni di persone sono già freelance e che più del 60% della popolazione globale ha un reddito pur non avendo un lavoro tradizionale.

Tobaccowala sintetizza la situazione con la frase “Jobs are a silly phase that work is going through” che potremmo tradurre in italiano come: “L’impiego è solo una fase un po’ assurda nella storia del lavoro”. La sua tesi è che il concetto di impiego e quello di lavoro si stanno sempre più separando.
Non è una novità: prima della rivoluzione industriale il moderno concetto di job title era sconosciuto e ora l’AI potrebbe velocizzare questo nostro ritorno a uno stato di natura.
Per arrivare pronti a questa fase, ci sono almeno tre domande da porsi subito. La prima: quali parti del nostro lavoro non sono solo esecuzione, ma richiedono giudizio, fiducia, gusto, responsabilità e contesto? La seconda: quali attriti umani tengono ancora in piedi il nostro settore e cosa succederà il giorno in cui una nuova interfaccia o un agente li eliminerà? La terza: quale valore siamo davvero in grado di produrre, al di là del ruolo che occupiamo oggi?
L’intelligenza artificiale è tra noi, ma non ha ancora portato né licenziamenti di massa né una settimana lavorativa da 20 ore. La sensazione è di stare su un piano inclinato: si scivola in una direzione, ma più lentamente di quanto ci aspettassimo. Almeno finché non arriverà il momento in cui saremo costretti a saltare giù.
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Grazie per la menzione! 🙏
È vero che i bancomat non hanno fatto fallire le banche, ma l'automazione software ha lasciato a casa una buona percentuale di dipendenti.