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Il punto sul «momento iPhone» è importante, ma forse rischia di farci cercare la svolta nel posto sbagliato. L’iPhone non ha avuto successo perché gli utenti hanno dovuto ridisegnare i propri processi: ha incorporato in un oggetto quotidiano fotocamera, mappe, messaggi e web, con un costo di apprendimento molto basso. Nell’AI aziendale, invece, stiamo spesso chiedendo alle persone di aggiungere un’interfaccia conversazionale a processi che restano frammentati, pieni di eccezioni e senza dati affidabili.

Nell’esperienza con i sistemi agentici, il valore non emerge quando l’agente «fa tutto», ma quando gli si assegna un perimetro operativo stretto: raccogliere informazioni da fonti definite, preparare una prima istruttoria, aggiornare un CRM, controllare anomalie, proporre un’azione e lasciare a una persona l’autorizzazione nei punti che hanno conseguenze economiche o reputazionali. In questi casi non serve convincere l’organizzazione a reinventarsi da zero: si riduce un’attesa, un passaggio manuale o un costo di coordinamento misurabile.

Per questo il divario tra produttività e trasformazione rilevato da Gallup non è necessariamente un fallimento della tecnologia. È anche il segnale che molte aziende stanno ancora usando l’AI come assistente individuale, mentre la trasformazione richiede di progettare responsabilità, accessi ai dati, soglie di escalation e supervisione. Il prodotto mancante potrebbe non essere un nuovo chatbot universale, ma un modo affidabile di inserire capacità agentiche nei processi esistenti senza perdere controllo.

Su come organizzare questi confini operativi, la supervisione umana e la responsabilità degli output, abbiamo raccolto evidenze e casi negli Stati Generali dell’AI Agentica: https://datamoney.ch/api/report-agentica/vai?utm_source=substack&utm_medium=commento&utm_campaign=commento-monitor

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Il punto sul «momento iPhone» è importante, ma forse rischia di farci cercare la svolta nel posto sbagliato. L’iPhone non ha avuto successo perché gli utenti hanno dovuto ridisegnare i propri processi: ha incorporato in un oggetto quotidiano fotocamera, mappe, messaggi e web, con un costo di apprendimento molto basso. Nell’AI aziendale, invece, stiamo spesso chiedendo alle persone di aggiungere un’interfaccia conversazionale a processi che restano frammentati, pieni di eccezioni e senza dati affidabili.

Nell’esperienza con i sistemi agentici, il valore non emerge quando l’agente «fa tutto», ma quando gli si assegna un perimetro operativo stretto: raccogliere informazioni da fonti definite, preparare una prima istruttoria, aggiornare un CRM, controllare anomalie, proporre un’azione e lasciare a una persona l’autorizzazione nei punti che hanno conseguenze economiche o reputazionali. In questi casi non serve convincere l’organizzazione a reinventarsi da zero: si riduce un’attesa, un passaggio manuale o un costo di coordinamento misurabile.

Per questo il divario tra produttività e trasformazione rilevato da Gallup non è necessariamente un fallimento della tecnologia. È anche il segnale che molte aziende stanno ancora usando l’AI come assistente individuale, mentre la trasformazione richiede di progettare responsabilità, accessi ai dati, soglie di escalation e supervisione. Il prodotto mancante potrebbe non essere un nuovo chatbot universale, ma un modo affidabile di inserire capacità agentiche nei processi esistenti senza perdere controllo.

Su come organizzare questi confini operativi, la supervisione umana e la responsabilità degli output, abbiamo raccolto evidenze e casi negli Stati Generali dell’AI Agentica: https://datamoney.ch/api/report-agentica/vai?utm_source=substack&utm_medium=commento&utm_campaign=commento-monitor

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